18 novembre 2012 - XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: quella breccia di luce sul futuro.

News del 05/11/2012 Torna all'elenco delle news

Per noi che viviamo di solo presente, la liturgia apre una porta nella parete del tempo, perché possiamo guardare oltre. Non per anticipare la data di un futuro, ma per insegnarci a vivere giorni aperti al futuro. Il Vangelo non parla della fine del mondo ma del senso della storia.
Dice parole d'angoscia, eppure ci educa alla speranza, in questa nostra vita che è un impasto di dramma e di delicatezza. Parla di stelle che si spengono e cadono dal cielo, ma il profeta dice che il cielo non sarà mai spento, mai vuoto di stelle: «I saggi risplenderanno come stelle per sempre». Cadano pure i vecchi punti di riferimento, uomini nuovi si accendono su tutta la terra, e da questa storia che sembra risucchiata verso il basso, «salgono invece nella casa delle luci». Uomini giusti e santi, uomini e donne in tutto il mondo salgono nella casa della luce: sono coloro che conservano in fondo agli occhi il riverbero della speranza, che hanno passione per la pace, che inducono il mondo a essere più giusto e più buono loro «risplenderanno come le stelle per sempre». Oggi non c'è bisogno di grandi Profeti, ma di piccoli profeti che vivano con semplicità, senza chiasso, senza integralismi il Vangelo nella vita quotidiana.
E questi sono come stelle, e sono molti, e sono legione, e sono come astri del cielo e della storia: basta saperli vedere, basta alzare lo sguardo attorno a noi: non sprechiamo i giusti del nostro mondo, non dissipiamo il tesoro di bontà delle nostre case.
Cristo è vicino, sta alle porte,
Cristo che è alla periferia della mia casa, della mia città, agli orli murati dei nostri mondi separati, sta lì, come una porta, come una breccia nel muro, come una breccia di luce a indicare incontri e offerte di solidarietà e di amore.
E se ogni Eucaristia, se ogni vita, se ogni sera della vita si chiudesse con le parole stesse con cui si chiude la Bibbia, parole di porte aperte, di battenti spalancati, di cuore e di braccia larghi quanto la speranza: «Lo Spirito e la Sposa dicono vieni! e chi ascolta ripeta: vieni».
E se ognuno dicesse a tutti e a tutto, a Dio e ad ogni creatura «Vieni»; se dicesse alla persona amata ma anche all'estraneo, all'ultima stella del cielo e al povero «Vieni»; se dicesse agli uomini giusti e saggi di cui è pieno il mondo «Vieni»; in questa ospitalità reciproca troveremmo il senso dell'avvento, in questo non sentirsi gettati via il senso della storia.

Omelia di padre Ermes Ronchi

Passato, presente e futuro in Dio

Se nelle precedenti Domeniche ci si era soffermati sul tema dei defunti e sulla vita dopo la morte, oggi ci si intrattiene sul tema della "fine cosmica universale", sull'epilogo della storia presente. La Scrittura ce ne parla con immagini tipiche dell'apocalittica, che descrivono scene sconvolgenti e impressionanti, che vanno interpretate ovviamente in senso figurato: non possiamo immaginarci la "fine del mondo" attraverso elementi naturalistici. La nostra fede ci ragguaglia che Cristo tornerà nella gloria e noi lo riconosceremo, tuttavia non vanno considerate letteralmente le immagini cosmiche della Bibbia. Come concepire allora l'evento culmine della nostra storia? Che cosa avverrà effettivamente alla fine dei tempi, quando si verificherà il tanto atteso "Giudizio universale?"
Ratzinger suggerisce una risposta a queste domande mettendo in relazione la predetta morte del singolo soggetto umano con la fine universale: ciò che avverrà alla fine dei tempi sarà analogo a quanto avviene al momento del trapasso di ciascuno. Quando ciascuno di noi transita da questa all'altra vita avviene la fine del nostro corpo terreno e al contempo il "ritorno" immediato di Cristo, che ci viene incontro. Di conseguenza si realizza un incontro fra noi e il Signore che si esprime in termini di "giudizio particolare", nel quale mi troverà di fronte a Dio a seconda di come avrò vissuto la mia vita terrena.. Al momento della morte incontreremo un Giudice si, ma pur sempre un Dio Amore misericordioso che vorrà salvarci fino all'ultima istanza e il cui amore si mostrerà comunque trionfante. Anche se è previsto un giudizio di condanna (inferno) per quanti ostinatamente avranno voluto vivere nella lontananza da Dio, questo sarà solo conseguenza di tutto il male che ci saremo procurati noi stessi con il peccato: nelle intenzioni del Risorto vi sarà in ogni caso la volontà di un incontro nell'amore e nella misericordia, la quale comunque ha sempre la meglio sul giudizio (Gc 2, 13). Il momento della morte è insomma per ciascuno "l'ultimo giorno" nonché "giorno del giudizio" in quanto Cristo morto e Risorto "torna" per ciascuno di noi.
Parimenti, alla fine del tempi avverrà per tutti quanti la conclusione di questo mondo perverso. Esso sarà rinnovato e portato alla perfezione, in quanto Dio interverrà per debellare definitivamente il male, e tutti assisteremo all'incontro con Cristo che visibilmente ci verrà incontro nella gloria per il giudizio finale. Che avvengano o meno delle catastrofi cosmiche non lo sappiamo e non ci importa saperlo. Quello che sappiamo con certezza è che incontreremo il Signore che opererà non una fine ma una trasformazione, in quanto tutti vivremo la comunione con Cristo, la pienezza dell'amore di Dio e il rinnovamento definitivo della vita. Il mondo quindi finirà nel senso che la nostra vita sarà trasformata in pienezza.
Anche la Lettera agli Ebrei ci parla di questo secondo incontro che farà seguito al primo: "È stabilito per gli uomini che muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio. Cristo, dopo essersi offerto una volta sola allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l'aspettano per la loro salvezza" " (9,27 - 28).
Tutto questo ci sprona allora non alla paura ma alla speranza. Non allo scoramento, ma alla fiducia. Vivere il presente è indispensabile perché ogni momento della nostra esistenza è unico e irripetibile e non possiamo certo delapidare il tempo prezioso che ci viene concesso. Ma proprio per questo, il nostro "frattempo" storico va vissuto anche in proiezione del futuro, perché mentre ci impegniamo nel presente abbiamo la consapevolezza che tendiamo anche verso un avvenire. E Dio in effetti non è solo presente, altrimenti non sarebbe Dio: egli è il nostro passato, il presente e contemporaneamente anche nostro futuro.
Credo che questa sia una delle spiegazioni dell'esistenza del male, della cattiveria e del dolore attorno a noi nonostante sia avvenuta la risurrezione di Cristo che ha confermato l'idea di un Dio giusto e buono: se il regno delle tenebre non sussistesse, se non dovessimo vivere l'aberrazione del male e la lotta continua contro di esso, ebbene non potremmo avere modo di coltivare la speranza di un Signore Futuro. Come afferma Paolo, ciò che si spera se è visto non è più speranza (Rm 8, 24) e come possiamo sperare nel Cristo che ci viene incontro attendendone la visione ultima se vengono meno le sfide e le ansie della vita di tutti i giorni? Un premio si gusta meglio dopo la fatica e un cammino privo di ostacoli probabilmente non condurrà a nulla, quindi potremo gioire del Signore solo quando avremo perseverato sino alla fine.
Qualche autore inglese diceva che la storia dell'uomo è "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla". Noi diciamo che questa favola assume un significato in Dio, che la assume fino in fondo come la sua storia personale con gli uomini; riconosciamo anche che questa storia, com'è proprio di tutte le vicende, deve avere pure un termine,, ma nell'ottica della fede riconosciamo che se è vero che tutto finisce, è anche vero che in questa conclusione tutto si trasforma e ci si dischiude per la Verità. Passata, presente e futura.

Omelia di padre Gian Franco Scarpitta

Le mie parole non passeranno

Con questa domenica, XXXIII del tempo ordinario, concludiamo la lettura del Vangelo di Marco che ci ha accompagnato per tutto questo anno liturgico. Questo Vangelo è tutto concentrato sulla formazione dei discepoli di Gesù. In una mirabile sintesi, il progetto formativo di Gesù, è descritto in questi termini: "Formò i Dodici perché stessero con Lui e per mandarli ad annunciare con l'autorità di scacciare i demoni" (Mc.3,14-15). Il centro di tutto è lo "stare con Lui", vivere un'esperienza di condivisione totale che genera l'identificazione con Lui. San Paolo esprimerà lo stesso concetto affermando: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal.2,20). San Paolo parla di fede: anche per il Vangelo di Marco la preoccupazione fondamentale è l'educazione alla fede, che significa lasciarsi incontrare da Gesù, lasciarsi afferrare da Lui, affidare a Lui tutta la propria vita, lasciarsi trasformare in Lui. E la conseguenza della fede in Lui è la missione: chi si è lasciato afferrare da Lui non può non andare ad annunciarlo e a mostrare che da Lui viene una forza capace di vincere il male. Tutto il Vangelo di Marco ci mostra la raffinatezza dell'azione educatrice di Gesù senza nascondere la difficoltà sperimentata dai discepoli nel seguirlo: l'identità di Gesù si rivela gradualmente sino a raggiungere il momento culminante nella Croce; ai discepoli chiamati ad affidarsi a Lui, chiede di seguirlo fidandosi di Lui, mentre appare sempre più evidente la sua estraneità ad ogni progetto di potere ogni tipo. L'esperienza che egli propone è di una adesione a Lui, assolutamente libera da ogni strumentalizzazione: Marco sottolinea continuamente che "essi non capivano". Solo l'incontro con Gesù risorto illuminerà la loro mente e riscalderà il loro cuore per poter comprendere che cosa significhi "stare con Lui ed essere mandati ad annunciare".
Il brano che oggi leggiamo, Mc.13,24-32, è solo una piccola parte di un capitolo di estrema importanza nell'itinerario formativo dei discepoli: contiene il discorso "escatologico" che riguarda "le cose ultime", certamente non facile da comprendere per il genere "apocalittico" con cui si esprime, fatto di simboli che richiedono di essere interpretati con grande attenzione. La "apocalisse" è la "rivelazione" da parte di Gesù del senso della storia, è il "togliere il velo" da ciò che è nascosto. Alla vigilia della sua Passione, Gesù vuole portare a compimento l'opera di formazione dei suoi discepoli: lungo tutto il Vangelo, gradualmente, egli ha tolto a loro ogni illusione, non vuole che seguano Lui perché compie i miracoli, non vuole che lo vedano come il Messia potente, ha ripetuto per tre volte l'annuncio di ciò che lo attende a Gerusalemme, la folla lo abbandona, i potenti religiosi e politici lo condannano, eppure continua a chiedere che "stiano con Lui": come è possibile? Pietro aveva proclamato: "Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito (Mc.10,28): che cosa ne verrà a noi?(Matt.19,27)".
Sono le grandi domande che non possono mancare nel cammino dell'uomo credente: perché seguire Gesù se tutta la sua opera lo conduce alla croce? Perché fidarsi di Lui se la sua avventura storica finisce in una tenebra fitta che avvolge il mondo intero (Mc.15,33) e le sue ultime parole sono un grido di angoscia: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc.15,34) Perché credere in Dio, il Padre che ci ama, nella drammatica fragilità della storia?
Ma si innesta proprio in questo la sua "rivelazione": "In quei giorni, dopo quella tribolazione…". Con il linguaggio tipico del genere apocalittico, con espressioni prese da testi dell'Antico Testamento, in una descrizione solo apparentemente narrativa degli avvenimenti finali, Gesù parla in realtà del fine della storia e del senso della creazione: "…dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà…" Nei versetti precedenti, il Vangelo ha parlato di avvenimenti accaduti in Giudea talmente drammatici da assumere una rilevanza per il mondo intero: essi sono percepiti come eventi che simbolicamente rappresentano la fine di tutto il creato e della storia: "..il sole si oscurerà…": in modo simbolico viene descritta la distruzione dell'ordine della creazione (Gen.1-3), come se i fondamenti stessi dell'universo fossero minati.
Eppure, annuncia Gesù, proprio quando il mondo creato sembra prossimo alla sua disfatta, interviene una forza dall'alto: "allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con potenza…" E' questa la grande "rivelazione", il "lieto annuncio" finale, che toglie il velo a ciò che è nascosto: proprio nella fragilità del mondo creato da Dio, nella drammaticità della storia che può raggiungere livelli tali da minarne i fondamenti stessi, appare una presenza capace di mantenere in vita e di rinnovare ciò che sembrerebbe finire. Gesù rivela ai suoi discepoli che la sua fragilità, il suo fallimento, il suo dramma è la partecipazione al dramma della storia: ma proprio in questo si manifesta l'Amore di Dio per il mondo. Questo mondo drammatico, questo uomo fragile è comunque amato da Dio: Gesù ne è la manifestazione. Ecco perché Gesù chiede ai suoi discepoli di "stare con Lui" nonostante tutto: egli non è segno di potenza in un mondo fragile, è segno di Amore che tiene in vita ciò che sembrerebbe essere vicino alla morte. La fede che Gesù chiede ai suoi discepoli è la capacità nuova di "vedere" l'Amore, vedere Lui che dona la vita, proprio là dove gli occhi umani vedrebbero solo fallimento e distruzione. E la missione che egli affida a loro è di essere annunciatori efficaci del suo Amore nella drammaticità della storia: anche dove tutto sembra distrutto il "lieto annuncio" è certezza di risurrezione. La fede nasce quando guardando la croce "vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con potenza e gloria grande": dentro la croce sta la forza del Padre che fa risorgere il Figlio". E la missione consiste nel vedere la gloria del Figlio dell'uomo nella croce continua della storia: "egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo". Mentre la fragilità del creato e la drammaticità della storia sembra condurre alla distruzione, è operante una forza di Amore che aggrega, costruisce, vivifica. Certo è fede vedere la gloria dentro la fragilità della carne: ma è questo l'insondabile mistero di Dio, mistero di infinito Amore che si annienta e si incarna. Gesù ci invita a credere, a educare la nostra fede, ad essere attenti per vedere con occhi di fede gli eventi della storia: "…imparate la parabola…quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte". Gesù ci avverte: ogni generazione è messa alla prova. Ma ci assicura: "il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno".

Omelia di mons. Gianfranco Poma
 

Liturgia della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B): 18 novembre 2012

Liturgia della Parola della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B): 18 novembre 2012


Tratti da www.lachiesa.it e www.qumran2.net